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La consegna è avvenuta nella ricorrenza della Giorno della Memoria da parte del vicesindaco Cristina Degasperi al figlio Mario

Nel pomeriggio del 27 Gennaio è stata consegnata al desenzanese Mario Bondioni dal vicesindaco Cristina Degasperi la “Medaglia d’Onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra ed ai familiari dei deceduti”. La medaglia è dedicata alla memoria del padre di Mario, Girolamo Bondioni, ex internato in un campo di concentramento a Rodi. Un riconoscimento concesso dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che prevedeva una manifestazione ufficiale in Prefettura, purtroppo annullata a causa del persistere della pandemia.

La consegna è stata dunque effettuata in Comune, nel pieno rispetto di tutte le normative anti Covid: il signor Mario ha ritirato la medaglia ed ha ascoltato la lettura da parte del vicesindaco Degasperi della lettera scritta da Sua Eccellenza il Prefetto Attilio Visconti nei confronti dell’insignito.

Mario, con orgoglio, ha poi raccontato la storia del padre ai tempi della Seconda Guerra Mondiale: una storia che è stata perfettamente riassunta dalla figlia, la nipote di Girolamo, in un racconto d’amore e di solidarietà che aveva messo per iscritto ormai più di 25 anni fa intitolato “Il miracolo di Rodi”. Lo riproponiamo di seguito, su esplicita e concorde richiesta del signor Mario:

“Despina incontra Girolamo Bondioni nell'Isola di Rodi (allora territorio italiano) nel 1941 quando Girolamo viene lì inviato a svolgere il servizio militare subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Si frequentano e si vogliono subito bene. Arriva l'8 settembre del 1943, l'Italia si dissocia dall'alleanza con i tedeschi; a Rodi nell'aeroporto di Marizza dove fino ad allora tedeschi ed italiani convivevano, i tedeschi occupano il campo e rinchiudono tutti gli italiani presenti che non vogliono collaborare con loro in un campo di concentramento, in attesa di trasferimento. Arriva il giorno della partenza per l'Italia o forse per l'invio in Germania degli italiani presenti sull'isola. Tutti gli avieri italiani, compreso Girolamo, vengono caricati su camion per essere trasportati al porto di Rodi dove sarebbero stati imbarcati su una nave diretta in Italia o in Germania. Despina ed altre ragazze del posto, saputo del trasferimento dei loro fidanzati si precipitano lungo la strada che dall’aeroporto conduce al porto per poter dare un ultimo saluto ai loro amati. Despina si posiziona ad un lato della strada, nella piazza davanti al santuario della Madonna di Cremastì. Passano i camion con i militari italiani e all'improvviso al camion con a bordo Girolamo scoppia una gomma proprio davanti al santuario. Gli italiani vengono fatti scendere per sostituire la gomma, Despina riconosce il suo Girolamo, si avvicina, lo abbraccia, gli dice di togliersi il giubbino militare e restare in camicia, lo prende sottobraccio e si allontana con lui senza farsi accorgere dai tedeschi, felice di non perdere il suo amato. La colonna dei camion procede, gli italiani si imbarcano sulla nave; poco fuori l'uscita del porto la nave viene silurata da un sommergibile inglese e nel naufragio muoiono molti italiani, nonostante tutti i pescatori di Rodi si siano precipitati con le loro barche per dare soccorso. Despina e Girolamo, appena vengono a conoscenza dell'accaduto, pensano ad un miracolo della Madonna di Cremastì e vanno a pregare nel santuario. Per molti mesi Despina nasconde Girolamo nei campi e lo sfama con quel poco che riesce a racimolare, ha contro anche la propria famiglia che teme le rappresaglie dei tedeschi se dovessero scoprire il nascondiglio. Arrivano poi gli inglesi sull'isola, finalmente possono sposarsi almeno civilmente per poter avere l'opportunità di tornare insieme in Italia, questo avviene nel 1945. Arrivati a Niardo, Despina si sposa anche in chiesa dopo aver completato tutti gli adempimenti necessari. Come tutte le altre mamme in quegli anni, con tanti sacrifici, alleva i suoi tre figli con spirito di abnegazione e si integra completamente con i niardesi diventando completamente una di loro.”